Dal 1° aprile 2026 entrerà in vigore il nuovo assetto della Continuità Assistenziale previsto dal Decreto del Commissario ad acta n.9 del 14 gennaio 2026.
Un provvedimento che ridefinisce radicalmente l’assistenza sanitaria notturna e festiva nei territori interni molisani, ma che lo fa nella direzione opposta a quella dichiarata: non potenzia i servizi, li riduce. Non avvicina il medico al cittadino, lo allontana. Non tutela le comunità fragili, le espone. Altro che riorganizzazione. Siamo davanti a uno smantellamento programmato della sanità di prossimità. I numeri parlano chiaro. Il decreto certifica il passaggio da 44 sedi operative dell’attuale rete di Continuità Assistenziale a sole 16 nel nuovo modello organizzativo, articolate in 13 presidi h16 presso le Case della Comunità e appena 3 presidi h12 esterni. Significa una riduzione del 64% dei punti di presenza sanitaria sul territorio. Le restanti sedi vengono di fatto avviate alla dismissione progressiva attraverso incarichi temporanei, soglie minime di copertura dei turni, sospensioni automatiche in caso di carenza di personale e riassegnazione forzata dei medici verso le sedi centralizzate. Formalmente restano attive,
sostanzialmente vengono svuotate. Non è una riforma. È un taglio strutturale. Il decreto richiama il DM77, il PNRR Missione 6 Salute, le Case della Comunità e il principio di equità territoriale, ma contemporaneamente dimezza i presidi nelle aree interne, concentra i servizi in poche sedi, cancella presidi storici nei comuni montani e applica criteri standardizzati a territori profondamente diversi.
Si parla di comunità mentre si lasciano scoperti interi territori. Si invoca la prossimità mentre si aumenta la distanza reale tra medico e cittadino. Questa non è una contraddizione tecnica. È una scelta politica. Il decreto afferma che i presidi saranno raggiungibili entro 30 minuti per il 90% della
popolazione, ma questo parametro è costruito su tempi teorici di percorrenza in condizioni ideali.
Nel Molise reale ci sono strade di montagna, viabilità fragile, neve e ghiaccio nei mesi invernali, popolazione anziana e non autosufficiente, frazioni isolate e trasporto pubblico insufficiente. Trenta minuti sulla carta non corrispondono a trenta minuti nella vita quotidiana. Per un anziano solo, di
notte, in un paese interno, quella distanza può significare semplicemente non avere assistenza. Il decreto restringe il perimetro della Continuità Assistenziale alle sole prestazioni assistenziali non differibili, escludendo categoricamente le condizioni urgenti come dolore toracico, dispnea acuta,
deficit neurologico, trauma o sincope, demandandole esclusivamente al sistema dell’emergenza. Ma chi decide, alle due di notte, se un dolore toracico è grave o no. Chi valuta una dispnea in un anziano fragile. Nei piccoli comuni la guardia medica è da sempre il primo presidio sanitario
notturno e festivo, svolgendo una funzione fondamentale di filtro, orientamento e contenimento degli accessi impropri al 118 e ai Pronto Soccorso. Questa separazione rigida può forse funzionare nei contesti urbani. Nelle aree interne significa lasciare scoperti interi territori. Nel corso della Conferenza dei Sindaci, alla presenza della Direzione Generale di ASReM, della Regione e dei parlamentari del territorio, è stato espresso un parere formalmente e chiaramente negativo su questa riorganizzazione. Una posizione netta, motivata, condivisa. La voce diretta delle comunità locali.
Eppure si è scelto di procedere ugualmente, ignorando quanto rappresentato dai territori. Questo è politicamente e democraticamente inaccettabile. Non si costruisce una riforma sanitaria contro le comunità. Non si parla di equità applicando criteri uniformi a realtà profondamente diverse. Non si invoca il potenziamento dell’assistenza territoriale mentre si smantella la rete di prossimità. Questo decreto produrrà effetti immediati e profondi: aumento delle disuguaglianze territoriali, maggiore isolamento sanitario dei piccoli comuni, crescita della pressione su 118 e Pronto Soccorso, ulteriore
spinta allo spopolamento, incremento dei rischi per anziani e persone fragili lasciate sole nelle ore notturne. Non sono ipotesi. Sono conseguenze dirette e prevedibili. Per qualcuno, evidentemente, le oltre 7.000 persone scese in piazza alla fiaccolata non hanno avuto alcun peso. Il grido silenzioso
lanciato quella sera non ha smosso le coscienze di chi è chiamato a decidere sulla pelle di chi chiede soltanto una cosa semplice: la garanzia di poter essere curato. Quella fiaccolata era la voce delle aree interne. Era una richiesta di non essere abbandonati. È stata ignorata. Togliere la guardia
medica a un paese non significa riorganizzare un servizio, significa togliere sicurezza alle persone. Significa famiglie costrette a percorrere decine di chilometri di notte, anziani che sperano che vada tutto bene fino a domattina, comunità che perdono l’ultimo presidio dello Stato. È così che si
costruisce lo spopolamento. È così che si spezza il legame di fiducia con le istituzioni. È così che le aree interne diventano territori senza diritti. Non accetteremo che dal 1° aprile 2026 parta un nuovo
arretramento dello Stato. Non accetteremo che la sanità venga ridotta a un foglio Excel. Non accetteremo che le comunità interne vengano lasciate sole. Le aree interne non chiedono privilegi.
Chiedono dignità, presenza, diritto alla cura come il resto del Paese. Ed è esattamente su questo che si misura la credibilità delle istituzioni.
Questa volta no.
I sindaci: Remo Di Ianni (Cerro al Volturno), Domenico Gonnella (Rocchetta al Volturno), SimoneNuosci (Carovilli), Manolo Sacco (Pescolanciano) e Daniele Saia, (Agnone e Presidente dellaConferenza dei Sindaci).
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