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Insulti ad arbitro quindicenne, allenatore ritira la squadra: vale la pena fare l'arbitro?

Pubblicato: 18-10-2025 - 1813
Insulti ad arbitro quindicenne, allenatore ritira la squadra: vale la pena fare l'arbitro? Sport

Insulti ad arbitro quindicenne, allenatore ritira la squadra: vale la pena fare l'arbitro?

Pubblicato: 18-10-2025 - 1813


A quindici anni alla prima partita, travolto da insulti. L’allenatore avversario ritira la squadra: “Spero che questo smuova qualcosa”. Dichiarazioni da Repubblica Firenze

C’è un episodio accaduto nei campionati giovanili toscani che merita di farci fermare a pensare. È successo in provincia di Arezzo, durante una partita del campionato Under 14 tra la Fortis Arezzo e l’Atletico Levane Leona. Un pomeriggio che doveva essere di sport e divertimento si è trasformato in qualcosa di molto diverso, un segnale che racconta più di tante parole sullo stato d’animo del nostro calcio. A un certo punto, Emanuele Tacchini, allenatore della Fortis Arezzo, ha deciso di ritirare la sua squadra dal campo. Non per protesta contro una decisione arbitrale o per un litigio, ma per qualcosa di molto più profondo: il clima era diventato insostenibile. L’arbitro, un ragazzo di appena quindici anni, alla sua prima direzione ufficiale, era stato travolto da urla, insulti e pressioni. Un giovane che aveva scelto di mettersi alla prova si è ritrovato sommerso da un mare di maleducazione. “Non sono e non voglio passare come un eroe — ha dichiarato Tacchini — spero solo che questo gesto smuova qualcosa.”

Parole semplici, ma che dovrebbero pesare come macigni. Perché la Fortis Arezzo quella partita la stava pure vincendo, eppure l’allenatore ha scelto di dire basta. Ha scelto di insegnare qualcosa ai suoi ragazzi: che la dignità viene prima del risultato. Il giudice sportivo, per regolamento, ha poi assegnato la sconfitta a tavolino, ma il senso di quella decisione resta chiaro a tutti: sul campo, la Fortis ha vinto davvero. Chi frequenta i campi giovanili lo sa: troppo spesso le tribune si trasformano in arene. Gli adulti, invece di accompagnare i ragazzi nel loro percorso, esasperano ogni episodio, come se in gioco ci fosse qualcosa di più di una semplice partita tra adolescenti. Si dimentica che chi arbitra, chi gioca, chi allena, sta imparando. E che lo sport, a quell’età, dovrebbe essere una scuola di vita, non un campo di giudizio. Ed è inevitabile chiederselo: vale davvero la pena fare l’arbitro oggi? Vale la pena accettare un fischietto in mano, sapendo che a ogni decisione rischi di essere insultato da adulti che dovrebbero invece dare l’esempio? Quando un ragazzo così giovane lascia il campo in lacrime, non perdiamo solo un arbitro, ma un pezzo di sport, di educazione, di comunità. Il gesto di Tacchini non è stato un atto di ribellione, ma un gesto educativo. Ha voluto dire ai suoi ragazzi che ci sono momenti in cui fermarsi è la scelta più giusta. È una lezione per tutti: per i genitori che dovrebbero essere il primo modello di rispetto, per gli allenatori che hanno la responsabilità di formare persone prima che giocatori, per le società che devono proteggere chi prova a imparare. Ogni volta che un giovane arbitro smette, il calcio perde un custode delle sue regole. E senza regole, non esiste gioco che tenga. Forse è proprio da qui che il nostro calcio deve ripartire: dal coraggio di chi sa dire “basta”, dal rispetto per chi prova, sbaglia, cresce. Lo sport non è solo vincere, ma imparare a vivere. E allora sì, vale la pena fare l’arbitro — ma solo se impariamo tutti, dentro e fuori dal campo, a meritare il suo fischietto.


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